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Storia di Carlo, “astronauta” in terapia intensiva

La tenacia di un uomo che lotta contro il Coronavirus e, con il sorriso, lo racconta

“La vita vince comunque, racconterò ai miei nipoti di nonno Carletto lanciato sul razzo Coronavirus, nello spazio Covid-19, con il casco in testa”. Queste le parole usate da Carlo Gaeta, giornalista brianzolo alias “astronauta in rianimazione”, comunicatore nato, sulla sua bacheca Facebook divenuta taccuino virtuale dal letto d’ospedale dove è ricoverato per aver contratto il Coronavirus. Del suo talamo di battaglia, il casco per respirare, la terapia intensiva, il grido di dolore dei compagni della guerra al Covid-19 e i vagiti dei nuovi nati che all’epidemia rispondono portando gioia e nuova energia, ha fatto un lungo racconto, un appuntamento quasi quotidiano, regalando all’esterno uno spaccato davvero importante di quanto sta accadendo negli ospedali del nostro paese.

LA RESILIENZA DI CHI CONTINUA A LOTTARE SEMPRE

Chi conosce Carlo, come la sottoscritta, lo ha sempre visto sorridente, anche quando la vita il sorriso glielo ha regalato amaro. Gentile, disponibile, chiacchierone. Passato lo spavento, dopo otto giorni di malessere trascorsi in casa da solo, che ha puntualmente raccontato, la corsa in ospedale a Erba, e poi il trasferimento a Legnano (ospedali Lombardi in provincia di Como e Milano), è tornato quello di sempre. Il racconto che ci ha regalato è una testimonianza preziosa, utile per coloro che ancora, inspiegabilmente, non comprendono la gravità della situazione. Tra video con il casco, pietanze “gourmet” in ospedale, e simpatici gesti scaramantici, le sue parole sono sicuramente spunto per una serie di delicate e importanti riflessioni. Lui, in queste difficili settimane, è anche diventato nonno, gioiosamente seppur a distanza.

“Ho sempre detto che per una cosa bella dovrai sopportarne almeno quattro brutte nella media, se non di più” – scrive Carlo – “non so onestamente quante ne ho metabolizzare in quest’ultimo mese nel quale ho visto ciò che non avrei mai pensato di vedere, al fronte, come un soldatino che deve combattere la battaglia cercando di portare a casa la pellaccia, schivando i colpi, alcuni che ti sfiorano pericolosamente”.

IL MALESSERE, LA CORSA IN OSPEDALE, IL TEST

“Più volte” – continua il suo racconto – “mi è stato chiesto se ho temuto il peggio, se ho avuto paura di morire. Ho tenuto sempre lontani i pensieri più funerei, non ho minimamente considerato l’eventualità peggiore, anche quando venerdì 13 sono stato portato via in ambulanza da casa, dopo 8 giorni di febbre, trascorsi da solo, quasi a digiuno per via della nausea, del gusto e dell’olfatto falsati e ormai con la respirazione disastrata”. Carlo ha raccontato che quando le scale erano diventate un’impresa quasi impossibile e la sua voce affannata si è fatta fioca, sua sorella ha telefonato al 112, mettendo in moto la macchina dei soccorsi. “Quando è arrivata l’ambulanza ero già da ossigeno perché la saturazione era bassa” – scrive – “non ho messo manco le scarpe e sono sceso in qualche modo in ascensore con le mie gambette tremanti e già con la bombola d’ossigeno e la mia prima mascherina attaccata”.

LA PARTENZA VERSO LO SPAZIO IGNOTO COVID-19


Esito in mano, Covid-19 positivo, Carlo è stato trasferito in reparto. “Lì c’è stato il primo vero momento di angoscia causato dall’incontro con il famigerato casco CPAP, il mio salvatore – racconta – “colui che mi ha tenuto compagnia per una quindicina di giorni, un racconto ai nipotini nel quale volavo su Marte e tornavo sulla Terra con uno spirito magico che dava più forza a tutti”. I CPAP, spiega il giornalista testimone, “vengono prodotti in Italia da tre aziende e io, da buon recensore che vuol provare direttamente i prodotti, li ho testati tutti, con la sfiga di beccarmi il più devastante e scomodo proprio all’inizio dell’avventura spaziale”. Catapultato “con un missile Corona nello spazio Covid-19, una sorta di buco nero – ricorda – un impatto bestiale con quell’aggeggio infernale che aveva un cerchio di plastica rigido tondo che girava dietro la testa tanto da non riuscire a trovare una posizione, stretto quasi a strangolo intorno al collo, tanto da lasciarmi segni e irritazioni”. In questo suo metaforico viaggio spaziale, Carlo parla del dramma della sete, che prende per via dell’ossigeno e della febbre. Ma “nemmeno nell’elmo da astronauta il pensiero della signora in nero mi ha sfiorato” – prosegue – “cantavo, parlavo con me stesso, ragionavo, facevo progetti, pregavo, guardavo fuori dalla finestra, leggevo i titoli che scorrevano sul video della TV in camera, sognavo il bello per allontanare il brutto”. Poi un vicino che se ne va, la paura che arriva forte, come un pugno allo stomaco. “Nella stanza a fianco un uomo se n’è andato improvvisamente, l’avevo sentito chiamare gli infermieri poco prima. Aveva gravi patologie pregresse ma era sotto ossigeno come me. Il gelo mi è arrivato addosso”. La solitudine è il dolore più grande in quel momento, perchè “si muore soli senza un parente o un amico al fianco”, se non gli angeli, infermieri e medici che Carlo non smette mai di ringraziare, che chiama per nome, che non dimenticherà mai. “Un’infermiera con due splendidi occhi azzurri mi raccontava che qualche notte fa un anziano era in grande agitazione – ricorda – nel letto non si dava pace, chiamava, gridava, si è calmato solo quando al suo fianco è arrivato l’Angelo”.

Carlo Gaeta, testimonianza Coronavirus

LA GIOIA DELLE NOTIZIE CHE GUARISCONO IL CUORE

Poi, improvvisamente, la gioia. Carlo è diventato nonno!
“Su questo fronte di guerra, improvvisamente un’esplosione di coriandoli e stelle filanti – sorride con la tastiera – la Carmen Overture di Bizet che si sente sul podio della Formula 1 quando sparano lo champagne, da oggi c’è una nuova parola che devo aggiungere davanti al mio nome: NONNO”.

“Tre braccialetti d’ospedale, tre nomi, tre vite – due nuove, bellissime, ignare di questo mondo nel quale sono capitate, tutto comunque da vivere, venute alla luce in un momento di assurda ‘guerra batteriologica’, un segno di speranza. Per me, per tutti. Perché lo show dell’umana esistenza deve continuare. Inesorabile, Oltre il virus, contro il virus. Per il futuro dell’umanità”.

E ci sarà “nonno Carletto che gli racconterà la fantastica storia di quando il mondo fu minacciato da un mostro invisibile e lui improvvisamente venne chiamato a fare l’astronauta”.

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